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La Cina, la sua economia, la Via della Seta, il 5G e la cybersicurezza: un sussidiario

(English version here)   Il presidente cinese Xi Jinping dice di voler ricostruire il legame tra Pechino e Roma. Era Pechino e Venezia, ma non importa perché è a Roma che il governo italiano sta firmando il Memorandum d’intesa che prevede un coinvolgimento dell’Italia nella cosiddetta Via della seta, o Belt and Road Initiative (Bri), commercio bilaterale e risorse finanziarie.

È una cosa buona? Un cattivo affare? Per chi voglia farsi una propria opinione ecco alcuni fatti.

La Cina è un paese socialista con un’economia di mercato. In principio la sua economia poggia sul primato di un vasto settore statale, ma quello privato ora rappresenta 3/5 del PIL cinese e 4/5 della forza lavoro. In ogni caso il sistema Cina attinge a uno tra i più potenti strumenti del capitalismo: i mercati del capitale.

Nel 1990 la Cina rappresentava il 2% dell’economia globale, nel 2017 il 15,4%. È diventata la seconda più grande economia al mondo, eppure, nonostante più di €2.640 miliardi di riserve estere e un eccezionale surplus commerciale di oltre €370 miliardi, la crescita cinese sta rallentando.

La guerra commerciale con gli Usa è a livello estero il suo maggior grattacapo, ma a livello interno i suoi due grandi problemi sono un massiccio indebitamento e una molto squilibrata distribuzione della ricchezza, come spiega Michael Pettis, professore di Finanza all’Università di Pechino. Pettis mi disse qualche anno fa che, contrariamente all’idea generale, la Cina sarebbe potuta crescere “solo” a un 4,5-5% l’anno e raggiungere i suoi obiettivi se fosse riuscita a correggere gli squilibri interni.

La Cina ha scelto di aumentare gli investimenti pubblici, tra le due opzioni per un aggiustamento dell’economia che Pettis individuava avesse (l’altra era ridurre i risparmi). Anche così, risolvere l’enorme bolla del credito creatasi nell’ultimo decennio sarà un compito arduo e lungo. “Poiché il governo possiede quasi tutte le banche, difatti il garante dell’intero sistema bancario cinese è lo Stato”, spiega Salvatore Babones dell’Istituto Zhongguo.

La strada della Cina verso il futuro ruota attorno all’(ultimo) piano quinquennale e alla Bri, oltre che a investimenti quali i €53 miliardi che ha promesso nuovamente all’Africa (c’è chi la chiama “diplomazia dell’indebitamento”), o la ferrovia intercontinentale in Sud America.

Nei prossimi cinque anni Pechino vuole, tra gli altri obiettivi, accelerare la riforma del sistema finanziario, sviluppare un mercato dei capitali trasparente, far includere il renminbi nel basket delle valute di riserva dell’Fmi, ammodernate drasticamente il sistema militare entro il 2020 e dare a internet un ruolo più importante nella crescita economica.

La Via della seta mira a fare diventare la Cina il cardine dei collegamenti economici tra il Dragone e le principali zone continentali e marittime dell’Eurasia tramite infrastrutture fisiche e finanziarie. Lanciata nel 2013, è stata accolta con freddezza dal settore privato cinese che, secondo Deloitte, preferirebbe investire negli Usa o in altri mercati maturi (vedi Italia) invece che nei paesi poco sviluppati dell’Eurasia.

Vari popoli lungo il percorso della Bri contestano alla Cina lo sfruttamento delle loro risorse tramite progetti della Via della seta o l’imposizione di nuove forme di controllo politico e sociale.

I trasferimenti forzati di tecnologia e le appropriazioni di proprietà intellettuale sono un problema che presenta molti aspetti. Mary Lovely, professoressa di Economia all’Università di Syracuse, e William Kirby, professore di Studi cinesi a Harvard, spiegano bene come gli investimenti cinesi negli Usa o quelli statunitensi in Cina creino dinamiche complesse grazie alle quali i partner non cinesi finiscono per condividere tecnologie proprietarie o conoscenza tecnologica con i loro partner cinesi, o come, per esempio, porzioni sempre più grandi delle catene della fornitura automobilistiche si siano gradualmente spostate in Cina.

La paura degli Stati Uniti rispetto alla concorrenza cinese nella tecnologia e nell’economia in generale ora starebbe rafforzando l’asse Cina-Russia. Una Commissione del Senato Usa ne ha discusso il 21 marzo.

Mosca, per esempio, ha presentato un mese fa il piano per una sua rete 5G – ossia quelle della prossima generazione che cambiano il paradigma della connettività. Il suo principale fornitore d’infrastruttura sarà… Huawei.

La torta del 5G si prospetta enorme. Nei prossimi 15 anni, si stima, aggiungerà all’economia globale ben € 1.940 miliardi. Nella sola Cina, nel 2018, il cosiddetto ecosistema della telefonia mobile ha contribuito all’economia con €660 miliardi (pari al 5,5% del Pil cinese) ed entro il 2023 toccherà i €793 miliardi, secondo le stime presentate ieri dal Gsma. Al fisco cinese ha fruttato €77 miliardi e ai mercati del lavoro 8,5 milioni di posti di lavoro.

Huawei è il principale fornitore per le telecomunicazioni della Cina. Ha 28% del mercato globale, mentre le quote di mercato di Ericsson e Nokia si aggirano attorno al 15%. Non sarà facile che questi numeri cambino sostanzialmente nel breve periodo.

Si prenda il caso dell’operatore francese Orange, di cui Huawei è il principale fornitore: Orange serve 19 milioni di utenti nel mercato francese, una cifra che però sale a 219 milioni se si sommano quelli che ha in Africa e nel Medio Oriente. In altre parole, è una bella massa di infrastrutture 4G da espandere, mantenere e portare al 5G a costi contenuti. O si prenda il caso della Tailandia che ha appena avviato un’area di prova 5G con Huawei ignorando le pressioni degli Usa.

Nel tentativo di rassicurare i governi della Ue, Huawei ha da poco aperto un laboratorio per la sicurezza a Bruxelles, dopo quello che ha a Bonn e quello nell’Oxfordshire, l’Huawei Cyber ​​Security Evaluation Center. Nella sua 4° relazione, l’Hcsec menziona “carenze” nell’equipaggiamento Huawei, ma non le ritiene specificamente inerenti alla sicurezza (sono state considerate a basso rischio). Non si sa di altri problemi concreti di sicurezza da quando nel 2012 Huawei (e l’altro fornitore cinese, Zte) furono convocati dal Comitato per l’Intelligence del Congresso Usa per offrire garanzie sulle loro attrezzature. La conclusione del Comitato, vigente d’allora, fu che Huawei e Zte non avevano fornito informazioni chiare e complete sulle loro relazioni con il governo, con le forze armate e con il Partito comunista cinese.

L’Europa è il più grande mercato per Huawei fuori dalla Cina. Negli anni scorsi molti operatori europei hanno installato infrastrutture Huawei 4G non solo perché erano valide tecnologicamente, ma anche perché avevano un costo inferiore. Ora questi operatori potrebbero voler restare con il loro fornitore iniziale per ridurre i costi nell’aggiornamento delle reti 4G al 5G. Questo è uno dei motivi per i quali potrebbe essere difficile tenere Huawei del tutto fuori dall’Europa.

“I cyber attacchi sono una minaccia alla sicurezza più seria del terrorismo”, stando alle parole del Segretario alla sicurezza nazionale Usa, Kirstjen Nielsen all’inizio di marzo. Il costo globale degli attacchi informatici è cresciuto di quasi il 50% in quattro anni a ben €550 miliardi, un numero che equivale a circa l’1% del Pil globale – vedi i tentativi di hacking contro alcuni parlamentari britannici, l’intromissione dell’intelligence militare russa nelle elezioni statunitensi del 2016, o l’attacco con sequestro dei dati a Norsk Hydro, un produttore di alluminio internazionale che ha dovuto chiudere tutte le sue operazioni dopo un attacco lunedì.

La società di sicurezza Crowdstrike, nel suo rapporto annuale sulla minaccia informatica appena pubblicato, ha compilato una graduatoria in base al tempo che occorre agli hacker di certi paesi per allargare l’accesso a una rete dopo l’intrusione iniziale: quelli più veloci sono i russi che ci mettono 18 minuti, seguono i coreani del Nord con due ore, quelli cinesi ce la fanno in quattro, mentre quelli iraniani hanno bisogno di più di cinque ore.