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Facebook, la creatività, il rischio e la crisi finanziaria

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Sono 1,4 miliardi le persone che ogni giorno si collegano a Facebook (FB), 2,13 miliardi gli utenti su base mensile. La società Cambridge Analytica (CA) ha come missione stimolare “cambiamenti comportamentali utilizzando i dati [di individui] per comprendere ciò che li motiva e interagendo tramite gruppi mirati in modo da spingerli ad agire”. Una parentesi tecnica: prima del 2015, tutti gli sviluppatori di app sulla piattaforma FB avevano accesso allo stesso numero identificativo di ognuno degli utenti. È stato così che poi tramite i “mi piace” (le reti che ogni utente crea ciccando i Like) CA ha avuto accesso ai dati di 50 milioni di persone (e non delle sole che avevano acconsentito espressamente a cedere i loro dati a una app). Poi CA li avrebbe ceduti a Donald Trump.

FB, Apple e Google/Alphabet superano singolarmente per capitalizzazione di mercato banche quali JPMorgan o Bank of America o il gigante del petrolio Exxon Mobil – con rispettivamente 500, 890 e di 762 miliardi di dollari. Se si considera la capitalizzazione media prevista dagli analisti, le tre sorelle della Silicon Valley ripagherebbero quasi l’intero debito dello Stato italiano. Perché i legislatori non riescono a normarle in maniera più efficace?

La risposta è nota: la stessa natura “virtuale” dei loro prodotti e servizi che sono dati e modi per accedere a sempre più strati dei dati grazie anche alle complesse reti che l’interazione crea. La formula della crescita di FB poggia sull’aver trovato il modo di monetizzare le informazioni che quegli 1,4 miliardi di utenti attivi le cedono ogni giorno in cambio della possibilità di interagire con altri per diletto.

Da aprile 2015, gli sviluppatori di app su FB (e a cascata chi compra spazi pubblicitari) ricevono ciascuno per ogni utente un codice differente. Risalire alle reti che creano i singoli non è impossibile ma è più complicato: bisogna incrociare cookies, indirizzi IP e altri dati. Qui FB è presumibilmente colpevole: aveva individuato la frode prima del 2015, ma non ha intrapreso i passi necessari per abbassare il livello del rischio.

Rischio è anche la parola chiave dell’evento più catastrofico per le economie e la finanza degli ultimi 80 anni. Proprio in questi giorni ricorre il 10° anniversario del collasso della banca d’affari Bear Sterns. Molti ricorderanno l’espressione “[banche] troppo importanti da lasciare fallire”, le “too big to fail”, e come colsero di sorpresa i legislatori che non avevano individuato il loro livello di rischio (talvolta sistemico).

Perché non furono fermati per tempo gli istituti che creavano, impacchettavano e reimpacchettavano prodotti finanziari sempre più estranei al sottostante? In parte, perché il “talent” in grado di capirli – i migliori matematici, ingegneri ed esperti dei rami più vari – preferiva lavorare per Wall Street che non per il governo federale per ovvie ragioni di reddito ricavabile.

La crescita di Google o Facebook sarebbe “tutta una questione di algoritmi“. Anche nella crisi del 2008 ebbe un ruolo critico una formula matematica, quella che valutava il rischio di quei prodotti venduti a investitori grandi e piccoli. E sappiamo come andò a finire.

Capirli e, soprattutto, individuare i canali “del contagio” richiese al Campidoglio due anni e 2300 pagine di lavoro. FB, Google e Twitter non sono sofisticate catene di montaggio. I loro prodotti virtuali sono redditizi proprio perché sono il risultato della creatività applicata alla matematica e alle scienze digitali in senso lato (conosco un rampante dipendente di Google-pubblicità che proviene dalle performance artistiche).

La Ftc, la Commissione per il commercio Usa ha avviato una inchiesta, che però si limiterà, c’è da scommettere, all’indagine su come la campagna di Trump finì per sfruttare i dati sottratti da CA. Quanto ci vorrà invece perché le agenzie federali imbocchino altre strade per garantire la sicurezza di tutti i dati – esistenti e futuri – sui social media? Dal punto di vista della sicurezza, decidere che i dati sono una commodity e trattare FB o Google come monopoli del petrolio o delle telecomunicazioni non servirebbe a molto.

Potrebbero istituire un’agenzia per la sicurezza digitale come ha fatto la Commissione Europea, che ha messo nero su bianco una importante legge sui limiti all’appropriazione e al trattamento di dati appartenenti a persone od organizzazioni con sede nella Ue. Dati personali “sono qualunque informazione di un individuo riguardante la sua vita privata, professionale o pubblica, che sia un nome, un indirizzo, una foto, un indirizzo email, dati bancari, post sui siti delle reti sociali, informazione medica o l’indirizzo IP di un computer”.

E qui si torna al problema della creatività e del “talento”: la legislazione Gdpr che entrerà in vigore a maggio non protegge, a quanto so, i Like e le reti che essi creano o quelle potenziali che creeranno formule o combinazioni di formule future. Quanto ci vorrà perché i legislatori capiscano in profondità tutti gli aspetti critici di tecnologie che per la loro stessa essenza evolvono davvero – in inglese si direbbe ”virtualmente” – senza soluzione di continuità?

Non credo che FB inciamperà più di tanto anche se ci saranno defezioni negli Usa e in Europa: potrebbero sorreggerla i mercati non maturi affamati di libertà di espressione. E così torneremmo da capo, come prima della crisi finanziaria, a distogliere lo sguardo da ciò che accetta la parola “sofisticato”.

Già solo regolamentare reti dinamiche come quelle che può generare un banale Like richiederebbe i migliori esperti interdisciplinari e creativi – e pagarli bene. Che dire dei sistemi complessi che hanno creato FB o Google e che hanno le proprie regole? Con le dovute distanze e differenze, la crisi di FB assomiglia a quella dei subprime: utenti felici, sistema in ginocchio. A chi spetta e, soprattutto, chi è in grado di tenere a bada la complessità?